Pochi se ne sono accorti, se non fra gli operatori professionali della finanza: il franco svizzero è tornato a combattere con quella soglia degli 1,20 contro euro, considerata dalla stessa Banca centrale elvetica una barriera oltre la quale non può andare. All’inizio dell’anno girava sull’1,23 e in molti pensavano che si sarebbe ben presto assestato sugli 1,25. E il dollaro Usa? Ormai “flirta” con gli 1,30 contro euro e il trend di rafforzamento non è certamente terminato. Quasi tutte le maggiori valute internazionali stanno correndo rispetto a quella europea. Perché? La risposta è semplice. Un’errata gestione dell’approccio monetario da parte della Bce e i vuoti della politica avevano trascinato la divisa comune dei 18 Paesi Ue a livelli semplicemente assurdi, trasformandola nella sola moneta forte del pianeta. Ora – complici pesanti giochi delle Banche centrali – si torna indietro per un semplice motivo: è l’unica arma accettata senza troppe opposizioni dei Governi europei per rilanciare l’economia. L’idea è banale: un euro debole rilancia l’export e rende meno competitive le importazioni, facendo (forse) correre un po’ i prezzi al consumo, in altre parole riportando inflazione; fino a quel limite del 2% accettato dalla Germania.

CARRY TRADE: INDEBITARSI IN EURO A COSTI MINIMI PER COMPRARE VALUTE CHE RENDONO DI PIU

Giovedì a Francoforte si discuterà di tutto questo e di altro ancora. I mercati sperano in un intervento che porti liquidità, con l’acquisto di titoli di Stato o di Abs, strumenti finanziari emessi a fonte di operazioni di cartolarizzazioni, in altre parole delle quasi obbligazioni costruite ad hoc, con sottostanti crediti societari. In realtà questa è la coperta sotto cui si nasconde l’intenzione di indebolire ulteriormente l’euro, abbassando allo zero i tassi di interesse. Cosa ne conseguirebbe? I grandi investitori si indebiterebbero appunto in euro, con costi infimi, li venderebbero e comprerebbero altre valute, per esempio dollari Usa, renminbi cinesi, dollari australiani, real brasiliani o quant’altro. La conseguenza sarebbe che da debolezza dell’euro deriverebbe con questa strategia, conosciuta come carry trade, ulteriore debolezza e quindi un’accentuazione al meccanismo inflattivo di cui si è già detto. I buoi berranno l’acqua inquinata dell’euro?  Difficile dirlo, ma se ciò non avvenisse per le nostre economie si aprirebbero prospettive drammatiche.

CHE COSA CONVIENE FARE ALL’INVESTITORE PRIVATO

L’unica scelta possibile sarebbe appunto quella – se tale fosse la linea di condotta che uscirà dalla riunione di giovedì della Bce – di puntare sulle altre valute, destinate a proseguire nel processo di rafforzamento. Comprando soprattutto titoli di Stato dei Paesi più coinvolti in questo meccanismo valutario, preferendo soprattutto quelli a tasso variabile (la scelta è limitata) e quelli agganciati all’inflazione, gli inflation linked ( la disponibilità è maggiore). Attenzione però a non restare intrappolati in giochi da “grandi”. Il carry trade – se si realizzasse in larga scala a sfavore dell’euro – ha logiche talvolta inesorabili: fa guadagnare tanto ma fa anche perdere tanto. Comunque aspettiamo giovedì e vediamo cosa dirà Draghi, l’unica figura che sta assumendo un reale ruolo politico a livello europeo. Agli altri non resterà che mangiare il gelato, anche a Berlino!

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