Un passo avanti, ma non due: le modifiche apportate con il decreto legislativo n° 44/2014 (che in realtà si riferisce ai fondi di investimento alternativi) sul metodo di calcolo delle imposizioni fiscali relative agli Etf introducono una novità importante. Scompare infatti il vecchio sistema della tassazione sulle plusvalenze riferito al Nav (Net asset value) e non al prezzo reale di compravendita. Ora si fa il calcolo sulla differenza effettiva fra prezzo di acquisto e di cessione, come avviene per altre categorie di strumenti finanziari, quali azioni e obbligazioni.

Cos’è il Nav? Misura il patrimonio netto (asset value) di un fondo; per un Etf è il valore totale di titoli e liquidità detenuti nel portafoglio, al netto di commissioni di gestione e spese varie. Il Nav quindi non è il prezzo di Borsa e viene computato alla chiusura di ogni seduta. Vendendo così un Etf alle 11.00 del mattino succedeva finora che la quantificazione della tassazione si dovesse riferire appunto al Nav di fine giornata, con possibili scostamenti.

I VANTAGGI DEL NUOVO SISTEMA

La novità introdotta fa sì che si annulli un’ incongruenza, in base alla quale non sempre era possibile identificare con precisione la quota parte di profitto da pagare in imposte. In certe condizioni di mercato infatti il Nav poteva discostarsi non poco dal prezzo reale e comportare vantaggi o svantaggi in termini di importo da riconoscere al Fisco. In situazioni limite l’importo da versare al Fisco poteva addirittura risultare maggiore del profitto registrato: succedeva quando i valori di Nav di acquisto e vendita si discostavano nettamente dai relativi prezzi reali. Ora questa modalità illogica ha trovato una soluzione.

MA COMPENSARE DIRETTAMENTE GUADAGNI E PERDITE NON SI PUO’, CHI COMPRA SOLO ETF RESTA PENALIZZATO

Si è detto un passo avanti ma non due. Ecco perché. Il decreto ha anche stabilito che tutti i proventi positivi sono considerati “reddito di capitale”, mentre le eventuali minusvalenze sono trattate come “reddito diverso”. Essendo i profitti “reddito da capitale” non possono essere compensati con precedenti minusvalenze. Si paga quindi in ogni caso l’aliquota fiscale in vigore per i capital gain (per esempio 12,5% per gli Etf con sottostanti titoli di Stato e 26% – dal 1° luglio rossimo – per gli azionari). Le perdite invece – trattandosi di “reddito diverso” – vanno a formare minusvalenze fiscali, da pareggiare successivamente con eventuali plusvalenze derivanti da altri strumenti finanziari (per esempio azioni). In altre parole non si ha un bilanciamento diretto: se si guadagna con un Etf non si può riequilibrare con eventuali perdite conseguite con un altro Etf. E’ vero che si assiste anche da questo punto di vista a una semplificazione rispetto al passato, ma il metodo – uguale a quanto in vigore per i fondi – è svantaggioso per chi per esempio acquisti solo Etf. In tal caso infatti la possibilità di controbilanciare perdite di fatto si annulla. Un’incongruenza in più nel non facile sistema fiscale italiano!

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