Spesso in Borsa gli investitori  sono portati a puntare soltanto ai rialzi, ma sempre più ottengono buone performance quelli che si proteggono dai ribassi, che anzi guadagnano quando i listini scendono. I modi per farlo sono tanti. Qui analizziamo i più semplici e disponibili per tutti, evitando l’utilizzo di strumenti professionali, come sono per esempio le opzioni.

GLI ETF SHORT, CIOE’ AL RIBASSO

Ormai sono entrati a far parte dell’operatività di coloro che sui mercati si posizionano con una certa regolarità. Servono a puntare sul trend negativo di un indice o di un altro asset sottostante (obbligazioni, materie prime, ecc). In altre parole partecipano inversamente ai movimenti del mercato di riferimento (se uno sale, l’altro scende in proporzione). Il meccanismo è facile, meno lo è la strategia di applicare una corretta tattica di “hedging”, cioè di copertura da rischi, attraverso questo tipo di prodotto, con un meccanismo semplice, economico dal punto di vista delle commissioni e di discreta liquidità. Certamente la protezione da ribassi è meno efficiente con gli Etf rispetto ad altri strumenti finanziari, sebbene non ne conseguano complicazioni di scadenze, ricoperture e quant’altro. I problemi principali che un Etf short comporta sono vari.Vediamoli

ATTENZIONE A COSA SI “COPRE”

Se si vuole “coprire” una posizione al rialzo in titoli occorre utilizzare un Etf riferito allo stesso mercato. Disponendo di azioni Eni ed Enel, per esempio, occorre acquistare un Etf short riferito al nostro Ftse Mib, ma l’andamento corrisponderà a proteggere l’indice e non le singole azioni, che potrebbero accelerare o rallentare il trend al ribasso rispetto al listino nel suo insieme. Uno “scollamento” è inevitabile e quindi la scelta va adeguata al tipo di portafoglio di cui si dispone. In un caso come quello citato potrebbe essere conveniente vendere Eni ed Enel e compensare la perdita, eventualmente accumulata, con le plusvalenze ottenute mediante gli Etf short. Ma in certi casi invece tenere aperte entrambe le posizioni è consigliabile, specialmente se il trend ribassista non è chiaro.

FONDAMENTALE LA QUANTITA’ DEGLI SCAMBI

Un secondo aspetto riguarda la liquidità dell’Etf prescelto (cioè quanto è scambiato in Borsa). Ormai anche gli “short” sono molto utilizzati, ma gli scambi si accentuano quando i mercati muovono al ribasso. Il problema è proprio questo: occorre individuare il momento giusto per entrare. Ciò avviene in particolare per i prodotti altamente specializzati: per esempio quelli sui mercati emergenti (sì, si possono “shortare” anche loro), utilizzati soprattutto da professionisti della finanza. Lo dimostra il fatto che i controvalori giornalieri siano talvolta elevati e talvolta ridotti a zero. Per operare correttamente occorre seguire – per esempio dal sito di Borsa Italiana – i dati completi sulle proposte di acquisto e vendita. Spesso sono presenti sul mercato solo i cosiddetti “liquidity provider”, cioè operatori specializzati cui spetta il compito di garantire la liquidità degli scambi. Si capisce dal fatto che i loro volumi, gestiti da sistemi elettronici, risultano elevati. Provvedono appunto alla liquidità, ma questo ruolo non lo regalano. Se gli scambi latitano c’è quindi il rischio di acquistare o vendere a condizioni non ottimali.

A LEVA SULLE OBBLIGAZIONI

Risulta evidente come la copertura di un portafoglio esposto al rialzo, utilizzando un Etf short richieda una certa preparazione. Ciò vale ancor più per gli short a leva, cioè che moltiplicano la performance (esempio: se il mercato perde il 5%, l’Etf short “leva 2″ guadagna il 10%). Questi strumenti sono però riferiti solo al settore obbligazionario e più in particolare ai titoli di Stato.

ALTERNATIVA: I CERTIFICATI PROTETTI

Meno conosciuti risultano i certificati cosiddetti equity protection, che consentono di operare sul rialzo del sottostante (può essere un indice o una singola azione), proteggendo allo stesso tempo il capitale investito al momento della loro sottoscrizione. La difesa avviene o totalmente o parzialmente, a seconda del tipo di prodotto. Sono trattati in Borsa e possono naturalmente essere acquistati anche sul mercato secondario, ma occorre tenere presente che la protezione si riferisce al valore del sottostante del giorno di emissione. Se si compra un equity protection fuori emissione, il valore protetto è sempre 100, pur se comprato a 106. Avendo la possibilità di ottenerlo a 98, il guadagno di due punti è comunque assicurato al momento del rimborso, oltre a eventuali performance positive.

DUE STRUMENTI, DUE RISCHI DIVERSI

Si tratta di prodotti finanziari con livelli di rischiosità differenti. Mentre gli Etf non presentano il rischio cosiddetto di controparte (cioè dell’emittente), perché sono previste soluzioni di tutela di quanto investito, i certificati invece lo implicano, poiché non esistono sottostanti a garanzia. E’ pur vero che sono emessi da solide banche, ma la differenza sostanziale va valutata, sebbene i certificati abbiano una scadenza – solitamente non lunga – mentre gli Etf non hanno un limite temporale. I certificati non riconoscono dividendi (per chi cerca di proteggersi questo è un aspetto marginale) e permettono il recupero di eventuali minusvalenze fiscali. Per gli Etf la normativa da questo punto di vista è più complessa. Ne scriveremo in un prossimo articolo.

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