Segreto bancario al “definitivo” capolinea ? E’ un addio? Se lo chiedono ancora in tanti; soprattutto tutti coloro che detengono ancora disponibilità patrimoniali all’estero e che non hanno aderito alle varie sanatorie che si sono succedute in questi anni per riportare i propri averi in patria.

La domanda pare particolarmente significativa nel contesto attuale dove è in dirittura d’arrivo (dopo lunghe discussioni e i numerosi emendamenti presentati rispetto al testo originario) lo stesso processo di voluntary disclosure (autodenuncia volontaria), che viene presentato come l’ultima spiaggia per regolarizzare i propri averi, anche e soprattutto in virtù dell’introduzione contestuale del reato di autoriciclaggio (il riciclaggio di denaro compiuto dalla stessa persona che ha ottenuto tale denaro con mezzi illegali) fino ad ora non contemplato dal nostro codice penale. Questo, infatti, comporterà per chiunque detenga averi non dichiarati oltre confine e non aderisca all’autodenuncia il concreto rischio, se “beccato”, di dovere pagare non solo multe e sanzioni salatissime ma anche di dovere affrontare le patrie galere con alcuni anni di reclusione. Il rischio, infatti, si è fatto sempre più reale in virtù dei risultati ottenuti dalla cooperazione internazionale per porre fine all’occultamento, rispetto al Paese di residenza, delle disponibilità e dei beni in genere detenuti in Paesi a segreto bancario forte (almeno sino ad ora).

MA ALL’ESTERO NON SI NASCONDE SOLO DENARO “SPORCO”

Pare corretto sottolineare, però, come la gran parte degli attivi celati o dissimulati all’estero siano frutto della criminalità organizzata che, verosimilmente, non ritornerà allo scoperto in considerazione dei numerosi canali di cui dispone e contro i quali fino ad oggi la lotta all’evasione ha sortito risultati assai limitati. Il problema si pone, pertanto, più con riferimento a tutti quei soggetti che hanno fatto del “nero” con la propria attività ovvero hanno espatriato disponibilità lecite solo perché privi di fiducia nel Paese di residenza (il proprio); o perché, magari, desiderosi di occultare la propria ricchezza ad altri soggetti (familiari o terzi); oppure, ancora, perché si tratta di eredità non più fatte rientrare.

Non avere dichiarato la detenzione estera espone tutti questi soggetti alle sanzioni in materia di monitoraggio fiscale e valutario ed eventualmente a quelle penali, con tutte le conseguenze del caso. L’aggressività (e la potenza mediatica) della cooperazione internazionale ha impresso in questi ultimi anni una notevole accelerazione (soprattutto a partire dal 2011) con un nuovo modo di agire, più concertato e più aggressivo. Dal momento in cui si paventavano le varie liste di Paesi (bianche grigie e nere) si è passati a definire più puntualmente la linea dello scambio di informazioni su richiesta (modello OCSE) per arrivare ad ottenere l’ultimo tassello: lo scambio automatico di informazioni tra Stati.

SEMPRE PIU’ SCAMBI “AUTOMATICI” DI INFORMAZIONI TRA STATI

A supporto di questo, sono partiti vari treni quali:

- l’impatto, quale apripista per tutti gli altri, della normativa FATCA imposta dagli Stati Uniti per impedire ai propri cittadini di detenere averi non dichiarati nel mondo;

- l’azione del G20 e dell’OCSE che otterrà, da parte di numerosi Paesi, l’adesione al nuovo standard globale di scambio di informazioni a livello fiscale (il cosiddetto CRS – Common reporting standard);

- l’adozione della Direttiva europea sull’assistenza amministrativa su varie tipologie reddituali in rapporto alle quali attuare lo scambio automatico di informazioni;

- il passaggio dal regime “transitorio” della Direttiva europea sullo scambio di informazioni (cosiddetta Euroritenuta) che prevede per alcuni Stati l’applicazione di una ritenuta alla fonte (oggi del 35%) al regime “definitivo” che contempla lo scambio automatico.

CHE COSA FARANNO GLI IRRIDUCIBILI DEI CAPITALI NON DICHIARATI?

Ebbene, in un quadro così mutato e dove le maglie si stringono sempre più, quali scenari si prospettano per chi vorrà continuare a non denunciare le proprie sostanze al Paese di residenza? Alcuni, forse, avranno monetizzato (dovremmo dire “banconotizzato”) le proprie disponibilità e non avranno altra scelta che utilizzare il denaro per acquistare direttamente beni non tracciabili. Evidenti, però, le problematiche si pongono e si ipotizzeranno sempre più per il futuro in tema di riduzione della circolazione del contante e di difficoltà nell’effettuare transazioni con banconote di grosso taglio.

Altri, ricorreranno all’acquisto di gioielli, oro, diamanti, opere d’arte con controparti private o non facenti parte dei canali ufficiali. Altri ancora penseranno di spostare la propria residenza fiscale. Attenzione, però: la stessa deve essere effettiva (non virtuale) e non si può escludere che, a posteriori, nelle Convenzioni che verranno stipulate tra Stati,possano esservi dei collegamenti con il passato del soggetto che si è trasferito. Ancora, non è da escludere, che i capitali off shore possano incontrarsi con strutture legati al cosiddetto sistema bancario ombra (tipo lo “shadow banking” cinese) esistente al di fuori dei circuiti legalizzati. Infine, il ricorso a giurisdizioni off-shore (minori) ancora “compiacenti” in materia e riluttanti a uniformarsi ai dettami del nuovo corso internazionale.

Ma per quanto tempo ? Quattro anni ? Cinque ? E’ probabile che anche questi Stati saranno prima o poi sottoposti a pressione da parte della Comunità internazionale. Senza considerare, peraltro, che fra Paesi “esotici” che intercetteranno i flussi dei capitali irregolari, in quanto non aderenti ai dettami Ocse, molti presentano varie criticità: vuoi per la sicurezza, vuoi per il sistema politico, vuoi per l’accessibilità, vuoi per trasparenza ed efficienza dei mercati, vuoi per la mancanza di certezza del diritto. Un quadro difficile, dunque. Sicuramente assai meno confacente all’occultamento rispetto al passato.

Certo è che se la lotta senza quartiere all’evasione fiscale internazionale (quella non connessa ai reati più gravi) venisse condotta, nel contesto attuale, con un impronta meno punitiva ma più collaborativa ed utilitaristica, molti capitali detenuti oltre confine potrebbero “veramente” rientrare e magari essere immessi nel tessuto economico oggi fortemente in crisi. D’altra parte, onde non cadere in facili ipocrisie, non è forse vero che la lotta all’evasione ha assunto connotati esponenziali per consentire agli Stati di fare cassa e non per questioni etiche?

Roberto Lenzi – Avvocato, Lenzi e Associati

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