Sulle proposte di aumento della tassazione delle rendite finanziarie ecco l’opinione di Roberto Lenzi, avvocato esperto di patrimoni e autore di GenteMoney.it.

Cambiano gli esecutivi, ma il vizio – grave e devastante, purtroppo – rimane sempre quello: agire sulle tasche degli italiani con continui e crescenti oneri tributari: vuoi sul mattone (Imu, Iuc, Ivie), vuoi sulle attività finanziarie (Imposta di bollo, Ivafe, Imposta sulle rendite finanziarie, Imposta sulle attività scudate), vuoi sui consumi (Iva), vuoi sul reddito di lavoro (dipendente, autonomo o imprenditoriale), vuoi sulle transazioni finanziarie (Tobin tax), vuoi, infine, sui trattamenti pensionistici.

Non contenti, cosa fanno i nostri “amministratori” per continuare a foraggiare la voragine pubblica? Agiscono sul contenimento della spesa? Riducono gli sprechi ? Provvedono a monetizzare cespiti del patrimonio pubblico? Riducono i privilegi di una casta sempre più vorace? Ascoltano il lamento di sofferenza di classi sociale sempre più martoriata? Assolutamente no!  Il credo è sempre quello: introduciamo una “bella patrimoniale” (tanto gli italiani sono ricchi) oppure aumentiamo il prelievo sulle rendite finanziarie (tanto anche in altri Paesi europei la tassazione è più alta) o altre amenità del genere.

L’ultima pensata, infatti, è proprio riconducibile alle dichiarazioni apparse sui media in merito alla proposta di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie. Si vorrebbe raggiungere un obiettivo “redistributivo”: ridurre le tasse sul lavoro (per imprese e lavoratori) sulla base della motivazione che la tassazione delle rendite finanziaria è manifestatamente troppo bassa rispetto a quella sul lavoro. Per chi avanza tesi del genere i casi a mio parere sono due: o mentono sapendo di mentire, oppure la distanza dalla conoscenza dell’ABC finanziario è abissale.

ECCO PERCHE’ NON E’  UNA GRANDE IDEA

- non è la tassazione sulle rendite finanziarie ad essere bassa, ma è quella del lavoro e delle imprese ad essere alta. Addirittura, può arrivare a circa il 65,8 % se consideriamo il cosiddetto total tax rate  sulle imprese (calcolato dalla Banca Mondiale in percentuale sui profitti totali, comprende: la tassa sui profitti stessi; i contributi sociali e previdenziali; le tasse sui dividendi, capital gain e transazioni finanziarie; le tasse sui rifiuti, veicoli e trasporti simili);

- l’accettabilità sociale di nuove forme di imposizione fiscale è ridotta ai minimi termini. E’ dimostrato da autorevoli studi che esiste un livello di prelievo fiscale oltre il quale l’attività economica non è più conveniente: oltrepassata l’aliquota ottimale, il gettito fiscale tende a diminuire per tre fenomeni: evasione, elusione e sottrazione;

- è vero che in altri Paesi europei (alcuni e non altri) la tassazione delle rendite finanziarie può essere più alta: prevalentemente sui capital gain, però, e non sugli interessi, dove il prelievo è spesso analogo, e sui dividendi (dove può arrivare al 30% come in Francia, ma è pari a zero in Gran Bretagna). Ma in questi Paesi le tasse sul lavoro sono più basse; senza contare che la base imponibile su cui calcolarle risulta anch’essa mediamente più bassa;

- la tassazione sulle rendite finanziarie deve essere necessariamente più bassa di quella sulle attività produttive in quanto si riferisce, in genere, a investimenti di redditi già precedentemente tassati al momento della loro generazione;

SUI GUADAGNI SI PAGA SEMPRE, MA LE PERDITE SI RECUPERANO SOLO IN PARTE

Il meccanismo del prelievo sulle rendite finanziaria non è equilibrato e presenta elementi di distorsione evidenti. Da un lato, infatti, si tassano i redditi di capitale (interessi, dividendi) e i redditi diversi (capital gain); dall’altro si consente di recuperare le minusvalenze (perdite) soltanto in parte. E questo perché nel regime del risparmio amministrato (e delle dichiarazioni) non è possibile compensare tra loro redditi aventi natura diversa (per esempio, un reddito di capitale con un reddito diverso).

Questo è possibile nel risparmio gestito che, però, subisce una tassazione sul “maturato” e, quindi, indipendente dall’effettivo realizzo (come in ambito di risparmio “amministrato”). Il tutto accompagnato dal fatto che le minusvalenze non possono essere portate in compensazione rispetto ai guadagni ottenuti oltre il quarto anno. Un meccanismo, questo, che fa immediatamente comprendere a chi mastica un po’ di finanza che l’attuale prelievo sulle rendite finanziarie, oggi nominalmente pari al 20%, nella pratica – tenendo conto dell’andamento dei mercati finanziari – è in realtà superiore.

Di nuovi “padri della patria” non si sente la mancanza, di simili proposte “innovative” neppure.  “Semplificare le imposte sul reddito è la condizione essenziale affinchè gli accertamenti cessino di essere un inganno, anzi una farsa,….. al fine che i contribuenti siano onesti, fa d’uopo anzitutto sia onesto lo Stato….. Oggi la frode è provocata dalla legge” (Luigi Einaudi, 1946).

Roberto Lenzi – Avvocato, Lenzi e Associati

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