E se l’Italia adottasse la moneta cinese? Potrebbe sembrare una proposta indecente, ma la lanciamo lo stesso. Perché l’Italia – in cui pullulano eserciti di critici e oppositori all’euro (almeno nelle chiacchiere da bar) – non ipotizza di uscire effettivamente dall’euro e – al posto di riadattare una lira semplicemente inadeguata alle realtà dei mercati mondiali – non salta sul carro del renminbi (o yuan, come viene anche chiamata la moneta cinese)? Questa sì che sarebbe una scelta coraggiosa, capace di imprimere nuova linfa al nostro sistema economico. Entrare infatti a far parte del sistema Cina vorrebbe dire trarre vantaggi dalla sua forza e soprattutto dalla sua capacità di muoversi con grande abilità sullo scenario mondiale. Le nostre aziende si troverebbero agevolate nelle esportazioni a Pechino e dintorni, trattando alla pari e ottenendo di certo maggiore attenzione rispetto a quanto avviene oggi. Germania e Paesi nordici dovrebbero guardare di nuovo a noi come a concorrenti temibili, perché legati a un carro vincente, la cui valuta è destinata nel tempo a sopravanzare perfino il dollaro statunitense.

Già oggi tutto il mondo emergente considera il renminbi come la moneta di riferimento del sistema economico non occidentale. La stessa riunione dei G20 di febbraio 2013 l’ha dovuto ammettere. Per ora la rivalutazione, rispetto alle valute dei Paesi più ricchi, è stata marginale, perché il governo di Pechino vuole difendere le sue esportazioni, ancora determinanti nella crescita sempre stratosferica – rispetto alla nostra – del Pil. D’altra parte che il renminbi sia destinato a svolgere un ruolo primario nei prossimi decenni lo dimostra la corsa di alcune piazze finanziarie mondiali a diventare mercato di scambio della valuta, per ora convertibile solo a Hong Kong.

Occorre ricordare che esistono due renminbi: quello onshore, riferito al sistema interno cinese, e quello offshore, relativo agli investitori stranieri e acquistabile nell’ex protettorato inglese. Troppo poco per un gigante economico come la Cina. Ecco allora che centri finanziari, quale Londra, si sono messi in coda per cercare di diventare l’altra piazza in cui scambiare liberamente la valuta.

L’Italia trarrebbe solo vantaggi da questo processo di internazionalizzazione, proponendosi come cavallo di Troia in Europa per accentrare business cinesi in vari settori: per esempio la logistica, l’organizzazione commerciale e la preparazione finale per alcune tipologie di prodotti.

Troppo coraggiosa come scelta? Forse sì, ma potrebbe costituire una reazione di orgoglio rispetto all’immagine di un Paese al tramonto.

Troppo dirompente come ipotesi? Senz’altro, ma sarebbe in grado di rilanciare la nostra economia, dando una risposta alla dilagante disoccupazione delle regioni in particolare del Sud, per le quali si aprirebbero enormi prospettive anche in campo turistico.

Non è detto che ciò comporterebbe la fine prematura dell’euro. Anzi forse lo rafforzerebbe. C’è però qualcuno, in Italia, capace di portare avanti una proposta così forte? Il panorama politico attuale non lo fa credere. Noi però l’idea la lanciamo. Qualcuno la raccoglierà?

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