Le quotazioni del greggio hanno mostrato dai massimi dell’estate una discesa del 35% sulla scia del forte aumento dell’offerta di petrolio e del rallentamento della domanda globale. Per fronteggiare e soprattutto frenare il calo dei prezzi dell’oro nero i ministri dell’OPEC si sono riuniti giovedì scorso 27 novembre a Vienna per discutere di un taglio della produzione. Discussione molto accesa tra i vari membri che, alla fine, ha fatto prevalere la scelta di non diminuire la produzione.

La decisione, spalleggiata soprattutto dal ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi, è legata a motivazioni strategiche. Il surplus di offerta di petrolio dipende dalla sovra-produzione degli Stati Uniti (salita sui massimi degli ultimi 35 anni circa) con lo shale oil, il petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso.

L’intento dei paesi OPEC, soprattutto di quelli ricchi (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait e Iran) è quello di far scendere le quotazioni del petrolio su livelli così bassi che possano far finire in perdita i produttori statunitensi di shale oil in modo da farli uscire dal mercato. Una vera e propria guerra dei prezzi non appoggiata però da tutti: il Venezuela ha cercato fino all’ultimo di trovare un accordo per un modesto taglio della produzione di greggio.

Il prezzo del Brent (il greggio che si estrae nel Mare del Nord) dai picchi di giugno a 115 dollari è sceso anche al di sotto dei 72 dollari e la discesa non sembra trovare ostacoli. Crediamo che nei prossimi mesi il greggio possa continuare la flessione almeno fino alla soglia di 65 dollari al barile, livello che molti esperti dell’industria petrolifera ritengono possa far uscire dal mercato gli estrattori Usa e far riprendere quote ai produttori dei paesi OPEC.

Intanto il crollo dei prezzi petroliferi ha colpito, in Borsa, le imprese legate al greggio (estrazione e servizi petroliferi). La caduta delle quotazioni dell’oro nero aumenta anche i rischi deflazionistici per le economie di Eurolandia.

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