Ai cittadini/riparmiatori più previdenti  e consapevoli il legislatore italiano ne ha fatta un’altra. Con il nuovo decreto fiscale sulla casa, che porta alla cancellazione dell’Imu, per ora solo sulla prima rata, si sono introdotte restrizioni sulla detraibilità dall’Irpef dei premi di assicurazione su vita, infortuni e non autosufficienza. Un modo con cui gli italiani si proteggono dalle incertezze del futuro, di fronte a uno Stato sempre più avaro di servizi sociali. La decisione sarebbe molto discutibile già sotto il profilo del principio, perché tocca un diritto all’autotutela che dovrebbe essere sacrosanto e quindi agevolato fiscalmente.

MA NON ERA SCRITTO CHE LA RETROATTIVITA’ NON E’ AMMESSA?

L’aspetto più delicato è però un altro. La norma ha di fatto un effetto retroattivo, poiché riguarda già il 2013 e quindi premi ampiamente versati negli otto mesi iniziali dell’anno. L’impatto si avrà nella dichiarazione dei redditi del 2014 e ancor più del 2015, ma chi avesse scelto di impostarsi una precisa pianificazione fiscale verrebbe colpito duramente, poiché si vedrebbe dimezzare il tetto massimo di fruizione della detrazione del 19% di tali premi assicurativi dall’Irpef. Il punto debole del tutto sta proprio nella retroattività, che contraddice quanto stabilisce lo Statuto del contribuente del 2000. Il quale sancisce l’obbligatorietà che ogni modifica si riferisca solo al futuro. Lo fissa l’articolo 3: “Le norme tributarie non possono avere effetto retroattivo”. Più chiaro di così…

VIOLATO 450 VOLTE LO STATUTO DEL CONTRIBUENTE

C’è chi ha calcolato che le violazioni allo Statuto sono già state ben 450, di cui un numero consistente riferito all’aspetto retroattività. Lo Stato si giustifica sostenendo che le ragioni del bilancio sono prevalenti, ma dimentica di non essere un corpo astratto, superiore ai diritti dei cittadini. Questi non fanno valere le proprie ragioni, ma in qualunque altro Paese un simile comportamento sarebbe punito dagli organi di controllo.

E IL REDDITOMETRO E’ ANCHE PEGGIO

Un caso ancora più grave riguarda il redditometro, in cui si chiede di giustificare spese di anni precedenti, senza che fosse a quell’epoca obbligatorio il conservare documenti fiscali riferiti a legittimi acquisti eseguiti con le prassi di pagamento (in contanti anche sopra la soglia dei 1000 euro) allora in vigore. La Corte di Cassazione è già intervenuta in materia, confermando il cosiddetto principio dell’illegittimità dell’applicazione retroattiva. Il legislatore però insiste sulla strada sbagliata. Delle due ipotesi una è inevitabile: o non conosce lo Statuto del contribuente o lo ignora. In entrambi i casi commette una grave irregolarità, che non può essere giustificata in base alla “ragion di Stato”. Anche i cittadini hanno le loro ragioni.

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