L’invito lanciato dal Centro Studi Nomisma di istituire già per il 2014 una patrimoniale una tantum, che colpirebbe con un prelievo straordinario del 10%, i capitali liquidi delle famiglie, non ha raccolto troppe attenzioni dei mass media. In effetti non è una novità, poiché lo stesso Fondo Monetario aveva avanzato un suggerimento simile qualche mese fa, relativamente ai Paesi dell’area Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna), allo scopo di trovare risorse per ridurre i deficit pubblici. Allora si disse che ad accampare l’idea sarebbe stata qualche ala estremista della finanza tedesca, ma il tutto si sgonfiò come una bolla di sapone. Ma ora il progetto ritrova impulso in Italia da parte appunto di Nomisma.

ESCLUSI BTP, SOCIETA’ DI PERSONE E CASE 

Secondo il Centro Studi il patrimonio degli italiani sarebbe di 2.440 miliardi di euro, di cui 1.130 miliardi posseduti dalle famiglie più ricche. Su questi ultimi scatterebbe appunto la patrimoniale, con un prelievo una tantum del 10%. Innanzi tutto risulta difficile poter stabilire il concetto di nuclei familiari più benestanti. In base a cosa? Al reddito? Al patrimonio complessivo? Al patrimonio solo finanziario? Al patrimonio detenuto in liquidità? E’ evidente che si determinerebbero comunque delle storture inaccettabili.

Vediamo allora di analizzare i dati sulla ricchezza degli italiani, secondo cifre indicate da Banca d’Italia. E’ stata stimata in 8600 miliardi di euro, di cui il 63% costituito da possedimenti reali (soprattutto case) e il 37% da asset finanziari così ripartiti: 31% risparmio in depositi bancari e postali, 16% in titoli di Stato e obbligazioni italiane, 4% in obbligazioni estere, 19% in assicurazioni, 7% in fondi comuni di investimento, 20% in azioni.  La liquidità immediatamente disponibile è quindi intorno ai 990 miliardi di euro. Nomisma riferisce il dato dei 2.440 miliardi, al netto di titoli di Stato e di partecipazioni in società di persone. Lascia quindi intendere che ogni asset finanziario differente da questi ultimi sarebbe sottoposto al prelievo straordinario: azioni e obbligazioni di aziende italiane, fondi comuni, assicurazioni, ecc. L’effetto sarebbe semplicemente destabilizzante per due motivi: ne conseguirebbe la vendita di cospicue porzioni di patrimoni, per far fronte alla tassa straordinaria, con crolli delle quotazioni e inevitabili impatti negativi anche per i piccoli e medi risparmiatori; si determinerebbe un’inevitabile fuga verso titoli di Stato e immobiliare, con uno stravolgimento delle regole di mercato.

NUOVA “IMMERSIONE ” DI CAPITALI?

L’Italia ha il problema di far emergere quanto è stato nascosto all’estero negli ultimi trent’anni e non di spingere i benestanti onesti, che possiedono il loro patrimonio alla luce del sole e già ampiamente tassato, a rivolgersi a nuove e sempre possibili modalità di immersione, con un’inevitabile fuga verso lidi più attraenti dal punto di vista fiscale.  L’altro aspetto, che non convince, consiste nello scopo dell’iniziativa, che non è quello di abbattere il debito pubblico, ma di contribuire allo sviluppo della crescita, con interventi a favore delle famiglie più deboli e delle imprese. In quale modo? Nessuno lo spiega e ciò fa pensare al peggio in chi ha constatato come le risorse italiane siano state distrutte dal dopoguerra in poi con iniziative a pioggia del tutto inutili. In un Paese in cui non si sfruttano i fondi comunitari, con ben 16,7 miliardi di finanziamenti inutilizzati nel periodo 2007-2013, che ci consentirebbero di uscire dalla recessione, l’idea di colpire ancora una volta il risparmio privato ha un evidente valore demagogico, anche perché l’impatto delle diverse tassazioni è già elevato. Questo i professori di Nomisma forse non lo sanno. In un prossimo articolo vi spiegheremo comunque qual è l’incidenza del fisco sugli investimenti finanziari. Molto più elevata di quanto gli stessi italiani non si rendano conto.

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