Sono passati poco più di tre mesi da quando l’Unità d’Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia ha “richiamato”  con un Comunicato datato 2 dicembre 2013 i destinatari degli obblighi in materia di riciclaggio – intermediari in genere e professionisti – a prestare particolare attenzione alle caratteristiche e alle finalità dei trusts  quando, a vario titolo, se ne occupano sia in fase di istituzione (adeguata verifica della clientela, finalità perseguite dalle parti, identità dei beneficiari) sia in fase di esecuzione. Nel mirino dell’Uif ci sono soprattutto i trust cosiddetti “interni”, quelli che vedono coinvolti soggetti e beni tutti italiani e che come unico elemento di internazionalità presentano la legge regolatrice di un altro Paese.

Con il suo documento l’Autorità di Vigilanza, richiamandosi agli orientamenti internazionali in materia di prevenzione e contrasto al riciclaggio, ha voluto fornire uno schema operativo che descrive comportamenti “anomali” riguardo ai trusts, al fine fare emergere un possibile uso distorto o utilizzo abusivo dello strumento anche per finalità di riciclaggio. Una sorta di indicatore necessario per fare scattare eventuali campanelli d’allarme ove se ne verifichino i presupposti.

Il trust, istituto che trova origine nella cultura e nell’esperienza giuridica anglosassone, non è disciplinato nell’ordinamento giuridico italiano. Ottiene tuttavia la propria legittimazione dal fatto che in Italia sono comunque riconosciuti gli effetti giuridici al trust costituito secondo la legge di un altro Stato che preveda tale istituto. Questo in virtù della ratifica, da parte dell’Italia, della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985 (entrata in vigore sul territorio nazionale il 1° gennaio 1992). La rilevanza di questo’ultimo elemento risulta fondamentale nel cosiddetto trust “interno”; vale a dire, come abbiamo visto, quello caratterizzato da presentare come unico elemento d’internazionalità la legge regolatrice di un altro Paese (a volte anche la residenza del cosiddetto trustee), essendo i vari soggetti coinvolti, e i beni destinati, tutti italiani.

LO SCHEMA DEL TRUST

Lo schema del trust prevede che un soggetto, proprietario di alcuni beni (detto disponente, settlor o grantor) se ne spogli, conferendoli a un terzo soggetto (trustee, persona fisica o giuridica) che li dovrà amministrare – nei termini stabiliti dall’atto costitutivo – in favore di uno o più beneficiari o per il perseguimento di uno scopo determinato. Ricorrente è spesso la figura di un altro soggetto (guardiano o protettore) al quale sono attribuiti particolari poteri di controllo e di intervento sull’operato del trusteeNe deriverà un effetto “segregativo”, poiché i beni in trust, pur intestati a nome del trustee, costituiscono una massa distinta che non fa parte del patrimonio del trustee nè di quello del settlor che se ne è spossessato.

Le finalità perseguibili, anche l’effetto patrimoniale segregativo, potranno essere di varia natura; ad esempio: filantropico-caritatevoli; successorie o volte a favorire il passaggio generazionale; dirette a preservare il fondo del trustee da future pretese creditorie o di altra natura.

Resta inteso, comunque, che la “causa” del trust costituirà l’elemento centrale su cui istituire lo strumento e mai si dovrà pensare di istituire trust per finalità illecite o comunque contrarie ai principi generali dell’ordinamento italiano (sottrazione d’imposte, in frode ai creditori o a interessi familiari legittimi, e così via). L’istituto sarebbe, accertando queste fattispecie, facilmente smontabile, con tutte le conseguenze del caso.

Nello schema che ha fornito, l’UIF evidenzia gli aspetti che seguono, con la precisazione ai soggetti interessati ai presidi antiriciclaggio (sopra ricordati) che, per il corretto adempimento degli obblighi di segnalazione di operazione sospette, non è necessario che ricorrano contemporaneamente tutti i comportamenti descritti nello schema stesso; così come la mera ricorrenza di singoli comportamenti individuati non è motivo di per sé sufficiente per  la segnalazione. Resta anche inteso che gli elementi forniti sono da porre in riferimento alla specifica normativa antiriciclaggio; sono paralleli, pertanto, a quelli indicati dall’Amministrazione Finanziaria (nei suoi provvedimenti e circolari) forniti per altre finalità.

COMPORTAMENTI  ”ANOMALI” CHE POSSONO NASCONDERE ATTIVITA’ DI RICICILAGGIO

1)  sotto il profilo soggettivo

- istituzione di trust da parte di soggetti che, in base alle informazioni disponibili, risultano: in una situazione finanziaria di difficoltà o prossima all’insolvenza, ovvero sottoposti in passato a procedure fallimentari o di crisi; gravati da ingenti debiti tributari con l’Amministrazione Finanziaria;

- presenza, a vario titolo, nel trust di soggetti che, in base alle informazioni disponibili, sono sottoposti ad indagini;

- conferimento dell’incarico di trustee a soggetto che, in base alle informazioni acquisite in sede di adeguata verifica, presenta un profilo palesemente incoerente con la complessità dell’attività gestoria richiesta per la finalità del trust;

- reticenza del trustee nel fornire documentazione inerente al trust, con conseguente ostacolo all’individuazione del titolare effettivo e dello scopo del trust;

- coincidenza tra disponente e trustee (cosiddetto trust autodichiarato), tra disponente e guardiano, oppure esistenza di rapporti di parentela o anche di lavoro subordinato fra gli stessi;

- frequente rilascio da parte del trustee di deleghe a operare, specie se a favore del disponente o di soggetti a lui prossimi;

- revoca del trustee da parte del guardiano priva di apparente giustificazione;

- finalità del trust che appaiono incongrue rispetto ai rapporti personali, economici o giuridici intercorrenti tra disponente e beneficiari del trust, ovvero tra disponente e beneficiario;

- presenza del disponente fra i beneficiari di capitale o indicazione dello stesso quale unico beneficiario, specie se non risulta chiaramente percepibile la causa istitutiva del trust.

2)   sotto il profilo oggettivo

- istituzione del trust per scrittura privata autenticata e/o atto pubblico con ravvicinata ampia modifica dell’atto stesso mediante adozione di diversa forma giuridica (ad esempio, scrittura privata non autenticata);

- istituzione del trust in Paesi o territori “a rischio” (di cui, all’art. 73, comma 3 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 – TUIR), specie se il disponente o un beneficiario è residente in Italia o se il fondo sia costituito anche con beni immobili siti in Italia. Per luogo di istituzione occorre riferirsi a quello di “residenza fiscale” del trust, non avendo rilievo la scelta della legge regolatrice né il luogo di redazione dell’atto costitutivo;

- collocazione del trust al vertice di una complessa catena partecipativa, soprattutto se con diramazioni in Paesi o territori a rischio;

- presenza, nell’atto istitutivo del trust, di clausole che: subordinano sistematicamente l’attività del trustee al consenso del disponente, dei beneficiari o del guardiano, specie in presenza di rapporti di parentela o di contiguità fra trustee e detti soggetti; impongono al trustee l’obbligo di rendiconto nei confronti del solo disponente, specie se questi non figuri tra i beneficiari (addirittura, secondo l’art. 8 della convenzione dell’Aja, l’obbligo di rendiconto è necessariamente verso i beneficiari e un trust che non lo prevedesse potrebbe non essere valido); prevedono il sistematico e ingiustificato utilizzo da parte del disponente di beni conferiti in trust; non risultano comprensibili dal disponente giacché particolarmente complesse;

- costituzione di trust di:

beni la cui consistenza o natura risulti incoerente rispetto alle finalità o alla tipologia del trust;

beni recentemente pervenuti al disponente di cui non sia nota la provenienza, specie nel caso di trust opaco (per trust opaco si intende un trust senza beneficiari di reddito individuati);

aziende con indicazione nell’atto istitutivo del trust di finalità generiche;

attività di gestione da parte del trustee non coerente rispetto agli scopi che il trust dovrebbe perseguire in base all’atto istitutivo;

operazioni di gestione effettuate dal trustee con la sistematica presenza del disponente, del guardiano o dei beneficiari;

frequenti dazioni in favore di nominativi ricorrenti in trust opachi, specie se effettuate verso Paesi o territori a rischio;

dazione al guardiano, a titolo di remunerazione per l’incarico svolto, di cespiti del fondo in trust o di somme non corrispondenti a quelle eventualmente previsti dall’atto costitutivo.

Roberto Lenzi – Avvocato, Lenzi e Associati

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