Il periodo che stiamo vivendo non si può certo definire idilliaco per il risparmiatore italiano.Da una parte, un contesto in cui i  mercati di riferimento sono sempre più difficili da interpretare e da gestire e dove la ricerca di un apprezzabile ritorno dagli investimenti finanziari non sempre trova sbocchi positivi. Dall’altra, uno Stato sempre più vorace che  continua a spremere i risparmi degli italiani con reiterati, crescenti ed iniqui balzelli fiscali; non ultimo quello dell’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie dei capitali investiti, già gravati anche dell’imposta di bollo, unica nel panorama europeo, e già tassati prima della loro formazione. Con il timore dei risparmiatori di non contribuire a rilanciare “effettivamente” la crescita, bensì di foraggiare ancora una volta il carrozzone pubblico.

MIFID II: INNOVAZIONI POSITIVE, MA IL RISCHIO DI CONFLITTI DI INTERESSE RIMANE

Come se questo non bastasse, è intervenuta anche la regolamentazione dei servizi finanziari, in particolare la Mifid II, che ha portato per la verità alcune innovazioni positive rispetto alla versione precedente: maggiore trasparenza nell’offerta distributiva, eliminazione degli incentivi sulla vendita di un prodotto finanziario rispetto ad un altro, ecc.; non risolvendo, però, uno dei problemi più grandi: quello del conflitto di interessi nella prestazione del servizio di consulenza cosiddetto indipendente.

E’ vero che la Mifid II impone a coloro che prestano il proprio servizio di “qualificare” la propria offerta; vale a dire manifestare con trasparenza se la consulenza prestata abbia natura distributiva/strumentale rispetto al servizio offerto, oppure indipendente. Tuttavia, consente a chi presta la consulenza – lasciando così aperto il campo al potenziale conflitto di interessi –  di poter essere anche remunerato dalle società prodotto.

A parere di chi scrive la consulenza indipendente non può che essere una sola: pagata direttamente dal cliente, a parcella. Retrocessioni (cosiddetti inducements) dalle società prodotto dovrebbero essere consentite solamente a chi offre consulenza strumentale, la cui legittimità professionale ha pari dignità rispetto agli altri purchè comunicata al consumatore finale nel modo giusto e non in maniera ingannatoria.

Permetterlo anche a chi offre un (apparente) servizio di consulenza indipendente non può che contribuire a non fare chiarezza sul consumatore finale: l’investitore. Il tutto senza considerare che, senza retrocessioni, la competizione tra società prodotto non potrebbe che spostarsi maggiormente sul piano della migliore qualità offerta.

SERVIZI, PRODOTTI E COMMSSIONI

Sul mercato dei servizi di investimento non è infrequente trovare oggi soggetti che abbinano un servizio di consulenza (indipendente) lautamente pagato a depositi “amministrati” dello stesso gruppo di appartenenza. La conseguenza ? Commissioni derivanti dalla parcella pagata dal cliente e ritorni derivanti dalle retrocessioni delle società prodotto. Gli strumenti sottostanti: prevalentemente fondi e sicav della classe “al dettaglio” con commissioni più alte, anche doppie rispetto a quelle della classe riservata agli investitori istituzionali.

Ed è questo, forse, uno dei motivi per i quali alcuni competitori del settore hanno parzialmente spostato la loro offerta dalle gestioni individuali di patrimonio classiche, dove la eventuale classe al dettaglio imporrebbe il ristorno al cliente della differenza rispetto al costo di quella istituzionale, il cosiddetto “rebate”.

Conclusione: siamo ancora molto lontani dal realizzare il più importante obiettivo, l’interesse dell’investitore. E pensare che la stessa ESMA (European Securities and Market Authority) nelle proprie direttive Guidelines on remuneration policies and practices – MIFID ha richiamato gli intermediari sulla “necessità di assicurare il perseguimento del migliore interesse dei clienti” !

Roberto Lenzi – Avvocato, Lenzi e Associati

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