Investire in obbligazioni (bond): è meglio comprare i singoli titoli, oppure un Etf (fondo quotato) che investe in obbligazioni? E’ un quesito classico, che spesso gli investitori meno specializzati si pongono. La risposta dipende dalle caratteristiche dell’investitore.

Investitore prudente: la scelta degli Etf ha molti vantaggi, specialmente se si è cassettisti, cioè si opera sul lungo periodo e non comprando e vendendo spesso. Consente di diversificare al massimo sulle tipologie di prodotti, scegliendo per esempio fasce di scadenze: con vita residua corta, media o lunga, oppure un mix di scadenze. Offre l’opportunità di distinguere fra diversi titoli di Stato, per aree geografiche (Paesi occidentali oppure emergenti) oppure per valute (in euro oppure in altre monete) e tra titoli di Stato e corporate (obbligazioni emesse da società), nonché tra obbligazioni con maggiore o minore livello di rischio. Permette inoltre di puntare su bond specifici, quali sono gli “inflation linked” legati all’andamento dell’inflazione. Quelli consigliabili sono quotati su Borsa italiana e hanno quindi una buona trasparenza di prezzi, sebbene l’acquisto richieda una certa preparazione, perché comunque c’è uno scarto (spread) fra quotazione di acquisto e quotazione di vendita. Troppo spesso chi si rivolge a un bancario si affida alle sue conoscenze e alla sua coscienza professionale: in molti casi questi emette l’ordine cosiddetto “al meglio”, che meglio può anche non essere, perché da un’analisi dell’offerta e con un po’ di pazienza si otterrebbero magari condizioni di acquisto o vendita più favorevoli. Alcuni Etf sono molto liquidi, cioè hanno tanti scambi, e quindi spread tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita bassi. Altri sono poco liquidi e presentano spread più ampi e quindi meno favorevoli. L’aspetto del numero di scambi è determinante per non investire in prodotti che magari sono poco trattati e finiscono così per dover essere venduti – nel caso si avesse necessità di quel denaro – a prezzi meno convenienti.

Attenzione poi a verificare gli aspetti fiscali, che dipendono da due fatti: gli Etf possono essere armonizzati (cioè quotati nella Borsa italiana o in altre Borse dell’area euro) oppure  non armonizzati (ovvero di altri Paesi extra euro). Nel primo caso c’è la ritenuta d’acconto tradizionale al 20% su proventi da capitale e ricavi periodici (dividendi, nel caso ne vengano distribuiti), con eventuali minusvalenze compensabili, purché si sia in regime “amministrato”, come avviene per la maggior parte degli investitori. In realtà il meccanismo è un po’ più complesso, poiché per gli Etf si formano due tipi di reddito: uno è di capitale e uno cosiddetto diverso, il che comporta differenze nei conteggi. Nel caso di Etf non  armonizzati – sempre in regime “amministrato” – il prelievo del 20% è solo a titolo di acconto e i relativi redditi dovranno poi essere indicati nella dichiarazione annuale e sottoposti ad aliquota marginale Irpef. Non sempre ciò avviene però, perché i clienti non lo sanno e le banche non lo dicono. Delle tante strade percorribili per chi investe in obbligazioni questa è la più semplice, purché si conoscano gli aspetti che brevemente abbiamo evidenziato.

Investitore attivo: di solito ha un po’ di tempo da dedicare ai propri investimenti e quindi può seguirli meglio. In questo caso la scelta di puntare alle singole obbligazioni comporta indiscutibilmente dei vantaggi, soprattutto se si usa una piattaforma di trading attraverso cui eseguire gli acquisti dal proprio computer. Oggi è possibile, con alcune di esse, mettere in portafoglio anche bond che fino a qualche anno fa erano riservati solo a operatori professionali. Magari si deve ricorrere all’aiuto dei call center degli intermediari online nel caso delle obbligazioni quotate su mercati non regolamentati; ma ciò è ancor più una garanzia, poiché chi esegue le transazioni ha esperienza specifica e sa muoversi nelle diverse condizioni di prezzo presenti. La scelta degli Etf, anche complementare all’acquisto di singole emissioni, è altrettanto importante: consente infatti di adottare strategie più mirate per il fatto che vengono proposti prodotti molto specifici, per esempio su singole aree geografiche oppure, soprattutto di tipo a leva sia al rialzo (long) sia al ribasso (short). Con questi ultimi ci si può coprire da possibili rischi di forti cadute dei prezzi di obbligazioni (per esempio governative) possedute in portafoglio.

Trader: in questo caso l’operatività si amplia sotto certi profili e si restringe da altri punti di vista. Sia le singole obbligazioni – quelle più volatili, quali i perpetual (cioè senza scadenza) o in valute diverse dall’euro – sia gli Etf sono utilizzati, ma per l’investitore veloce non interessa l’importo della cedola, che è invece decisivo nella scelta dell’investitore prudente e del cassettista. Le tecniche del trader sono complesse. Ciascuno strumento è utile per muovere il proprio capitale e quindi anche altri prodotti – più professionali e rischiosi – si adattano molto bene per ogni tipo di transazione. Gli Etf hanno un vantaggio indiscutibile: proteggono dal rischio default, cioè di fallimento, di uno o più emittenti, dato che il patrimonio è ripartito in un numero rilevante di bond e gestito da professionisti, che dispongono degli strumenti per anticipare movimenti dei mercati. Le singole obbligazioni sono certamente più volatili, ma permettono di realizzare plusvalenze in conto capitale se acquistate bene e vendute altrettanto bene. Inoltre distribuiscono una cedola, incassata dall’investitore senza l’intermediazione del gestore. Una risposta definitiva alla domanda se sia meglio acquistare bond o Etf non è quindi possibile. Certo è che in alcune fasi dei mercati – stabili o all’opposto in forte crescita – la prima strategia è consigliabile; in altre fasi – di lenta crescita o di correzione – la seconda è migliore. Comunque l’una non esclude l’altra, anzi si completano molto bene.

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