Molti clienti delle banche e in particolare quelli delle divisioni “Private” si trovano spesso ad affrontare una proposta apparentemente allettante: “Investa su una gestione patrimoniale, ci occupiamo noi di tutto e lei sta tranquillo!” E’ davvero così? Una risposta assoluta non è possibile, perché ogni istituto ha sue gestioni, spesso con caratteristiche assai differenti. Certo è comunque che, nella maggior parte dei casi, i rendimenti deludono e le aspettative vengono tradite. Non perché si incassino perdite rilevanti, quanto perché – nelle fasi positive dei mercati – i guadagni sono ben più modesti di quelli attesi verificando gli andamenti della Borsa.

LA COLPA? STA NELL’INVESTITORE, CHE SI FIDA E NON SA

In realtà di solito il problema sta a monte. Al momento della sottoscrizione di una gestione, che può essere mobiliare (riferita a sottostanti singoli titoli azionari o obbligazionari, conosciuta come GPM) o in fondi e Sicav (individuata come GPF), il cliente prova inevitabilmente un brivido alla schiena, ponendosi la domanda se sia meglio rischiare, scegliendo una linea aggressiva, o salvaguardarsi, preferendone una prudente. In tanti casi segue la seconda strada, non rendendosi conto che i rendimenti possibili verranno falcidiati da commissioni e costi rilevanti. Chi propone l’investimento non ha interesse a dirlo e, quando si trova a giustificare “performance” modeste, osserva: “Ma lei ha scelto una linea prudente e quindi il risultato è più che adeguato!”. In realtà se quel patrimonio, piccolo o medio, fosse stato investito su un Etf o su un fondo – a pari livello di rischiosità – avrebbe reso di più.

PERSONALIZZATE? SI, MA SOLO PER I CLIENTI PIU’ RICCHI

Fra i tanti miti che caratterizzano le gestioni patrimoniali c’è anche quella – proposta da alcune banche – di linee personalizzate, cioè adeguate alle richieste del singolo investitore. Spesso lo sono soltanto per capitali CONSISTENTI (a partire da molte centinaia di migliaia di euro, se non milioni di euro). Nella stragrande maggioranza dei casi risultano standard e si basano su un più o meno veloce giro di Etf o fondi sottostanti, sui quali le banche guadagnano con trucchetti leciti, ma che pur sempre sono trucchetti.

COMMISSIONI TROPPO ELEVATE

Per far tutto questo chi gestisce GPM o GPF chiede una commissione di gestione, che varia in funzione della tipologia di sottostante (dall’1% al 3%), sulla quale ha ampi margini di scontistica. Il cliente però in pochi casi lo sa e accetta quanto gli viene prelevato. A ciò si aggiungono eventuali commissioni di performance, incassate se si fa meglio di un certo parametro di riferimento (il benchmark), e poi piccoli oneri della banca depositaria, e inevitabilmente la stangata fiscale sui profitti incassati. E’ evidente che – salvo in condizioni di mercati assai favorevoli – i margini si riducono, fra l’altro con un fenomeno tipico di molti prodotti finanziari: veloci nelle correzioni e indolenti nei rimbalzi non troppo accentuati.

UN NO INCONDIZIONATO NON HA SENSO

Rifiutare in blocco le gestioni sarebbe una scelta errata, soprattutto nel caso degli investitori meno preparati in tema finanziario. Possono essere una soluzione, a condizione di:

● essere coscienti su cosa si investe in termini di sottostante

contrattare le commissioni, chiedendo sconti rilevanti su quelle pretese inizialmente dalla banca

farsi consegnare un quadro chiaro non solo delle commissioni di gestione ma anche di quelle di performance, con indicazioni del benchmark cui si riferiscono

non utilizzarle per gestioni prudenti; in tal caso è meglio preferire uno o due fondi oppure Etf

acquistarle se le prospettive dei mercati sono favorevoli e in tal caso puntare su quelle più aggressive

valutare – prima della sottoscrizione – delle alternative, con un confronto sui costi reali in entrambe le soluzioni.

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