L’effetto dividendi esiste da sempre e condiziona più o meno i mercati. Cosa significa? Che, nella giornata di stacco da parte di un rilevante gruppo di azioni, le relative quotazioni vengono decurtate dello stesso valore dei rispettivi dividendi incassati. E ne risente evidentemente l’indice. Ieri, luned’ 19 maggio, sul Ftse Mib ben 14 titoli hanno distribuito gli utili, con un impatto globale stimato in un calo dell’1,46%. Dato che la chiusura è stata negativa dell’1,6%, la perdita reale è risultata dello 0,14%, quindi minima. Eppure per tutta la giornata i media hanno parlato di profondo rosso a Piazza Affari. La realtà in effetti è un po’ diversa. Il che non esclude che i mercati siano nervosi, come abbiamo più volte sottolineato negli ultimi giorni. Due dati lo dimostrano e si riferiscono alla volatilità del Ftse Mib. Quella a 30 giorni è salita a 24,8, ai massimi dell’anno, contro i 28,4 top del 2013; quella a 90 giorni ha chiuso la seduta a 22, contro il massimo del 2014 a 23,7, registrata il 4 febbraio.

LA BCE FARA’ QUALCOSA DI CONCRETO?

E’ inutile non ammetterlo. I due motivi di tensione si chiamano elezioni europee e BCE. Se sul primo fronte non resta che aspettare sette giorni per conoscere il verdetto, per quanto riguarda le strategie future della Banca centrale è ancora nebbia. Oggi ha parlato un esponente del consiglio esecutivo, Yves Mersch, ma non ha chiarito nulla. Per lui il rischio di andare in una spirale deflattiva non c’è, benché delle misure straordinarie siano allo studio. Il timore è che il tutto finisca in pannicelli caldi per un malato orami cronico. La verità si apprenderà a giugno e fino allora la prudenza è d’obbligo.

NEL FRATTEMPO GLI STRANIERI CI COMPRANO

Mentre in Italia si assiste alle scenette pre-elettorali, i fondi stranieri, con quelli americani in prima linea, stanno acquisendo posizioni sempre maggiori nelle blue chip quotate a Piazza Affari. Si calcola che la quota di controllo sia globalmente salita a oltre il 30%, per quanto distribuita su varie azioni, soprattutto bancarie (Unicredit, Intesa Sanpaolo, MPS, Banca Popolare di Milano), con in aggiunta assicurazioni (Generali), infrastrutture (Atlantia) e servizi televisivi (Mediaset), per citare solo i casi più significativi. La scelta dei fondi può essere una garanzia di stabilizzazione del mercato, ma conferma la debolezza del sistema finanziario nazionale.

E SE FOSSE IL CASO DI TORNARE SUGLI EMERGENTI!

Non è una domanda, ma un’affermazione. E riguarda alcuni mercati specifici. Il Sensex indiano sta volando dal 7 maggio, grazie ai risultati delle elezioni e agli annunci di una politica più liberistica e di sviluppo soprattutto delle infrastrutture. Le previsioni parlano di un proseguimento di una fase favorevole per il listino di Mumbai. Bene pure il Bovespa brasiliano, che ha ripreso prepotentemente quota da metà marzo, ma che presto si scontrerà con resistenze grafiche non trascurabili. Forte lo scatto nelle ultime sedute del Micex russo, nonostante il crollo post tensioni con l’Ucraina sia stato solo in parte compensato. Il Set 50 thailandese è il mercato che dimostra maggiore regolarità nella ripresa, caratteristica d’altra parte già evidenziata negli anni scorsi. Risveglio, ma su livelli bassi, anche per il VnIndex vietnamita, che ha risentito nei primi mesi dell’anno delle incertezze dell’economia cinese. Gli emergenti sono tornati a ruggire. Non ancora però grazie a una sostanziosa ripresa dell’economia mondiale. Per questa ci sarà da attendere.

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