Quanto è successo per i listini americani venerdì scorso, in chiusura della settimana di Borsa, è lo specchio dell’incertezza che si registra sui mercati: Nasdaq piatto (con variazione zero), Dow Jones leggermente negativo (-0,10%) e S&P 500 positivo di poco (+0,14%). In altre parole una situazione di stallo, in cui venditori ad acquirenti si confrontano ad armi pari. E’ pur vero che, se si osserva l’andamento nel corso della giornata, si verifica un prevalere di permanenza sotto la pari.

UN PO’ DI ANALISI TECNICA SERVE A CAPIRE

Il Nasdaq è sceso dall’inizio di marzo in poi. Ha perso quasi 250 punti, chiudendo venerdì a 4.095, ma il 15 aprile aveva sfondato al ribasso in intraday i 4.000 punti. Immediato il rimbalzo, seppur modesto. Il listino si trova quasi a metà percorso – in un trend di lungo periodo – fra il maggiore supporto (2.863 punti) e la resistenza a 5.048, che corrisponde al picco massimo toccato nel 2000. Di tutte le frenate registrate negli ultimi due anni, quella appena realizzatasi appare la più marcata, assieme alle due del 2012, quando fu forata la sottostante media mobile di lungo periodo (200 sedute), senza pregiudicare però un successivo forte rialzo. Decisivo il supporto dei 3.997 punti: se bucato per più sedute e nel caso – subito dopo – fosse trapassata la media mobile a 200, il segno negativo avrebbe il sopravvento, portando i venditori a prevalere nettamente sui compratori. Le sedute della prossima settimana saranno verosimilmente decisive da questo punto di vista.

Il Dow Jones è oggi meno significativo rispetto al passato. Più utile verificare l’S&P 500, che non ha subito le pressioni al ribasso del Nasdaq. Le capitalizzazioni non tecnologiche sono più stabili e negli ultimi giorni hanno registrato un trend di lateralità quasi perfetta, navigando fra i 1.848 e i 1.878 punti, pur con alcune “sbandate” sopra e sotto. Il listino è ai massimi storici e privo di particolari indicazioni di analisi tecnica per verificare potenziali evoluzioni rialziste di medio e lungo termine.

IL VERO PROBLEMA? LE TRIMESTRALI

Se l’S&P 500 non mostra segni di affaticamento e se le notizie macroeconomiche sono discrete, è pur vero che alcune trimestrali di rilievo lasciano un po’ di amaro in bocca: Google e IBM hanno fatto peggio delle previsioni degli analisti. Verrebbe da dire: e chi se frega? L’osservazione potrebbe essere giustificabile se si considera che l’utile netto di Google sale a 3,45 miliardi di dollari e che il fatturato di IBM resta stabile. In altre parole l’esasperazione delle attese diventa talvolta talmente spasmodica da nascondere la realtà dei numeri, più postivi di quanto non appaiano. I mercati però ragionano con la logica degli analisti e risulta così evidente come il problema di alcune trimestrali senza segno più stia cominciando a essere una zavorra importante nell’incertezza dei mercati, specialmente in ambito tecnologico e quindi per il Nasdaq.

PESSIMISTI, MA NON TROPPO

Se i due primi metodi di valutazione – analisi tecnica e andamento delle trimestrali – sono correlati fra loro, il giudizio dei gestori è più svincolato. Fra i desk operativi si riscontra un iniziale prevalere di segni meno su quelli più ed è inevitabile che ciò avvenga. Due le motivazioni: il mercato ha corso troppo e gli stimoli all’economia da parte della Fed stanno per terminare. Questo secondo aspetto non è un male di per sé, ma lo è per gli operatori, che si trovano a dover combattere con minore liquidità e quindi meno capitali da allocare. La progressività nell’uscita da parte della Federal Reserve è sotto gli occhi di tutti, ma ciò non basta a escludere che un giorno o l’altro scatterà il salvavita, togliendo corrente al sistema. Le attese sono quindi per un ribasso consistente nel breve o medio termine, dopo una fase di incertezze che potrebbe proseguire per un po’. Il Nasdaq ha dato un primo segnale in tal senso. Non tutti l’hanno compreso.

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