Alcune storie particolari hanno trascinato al ribasso Piazza Affari (-1,11% a 21.256 punti per il Ftse Mib), mentre il resto d’Europa ha registrato il segno verde. In particolare è stata pesante la perdita di Telecom Italia (-5,19% a 0,877 euro), la cui prima trimestrale 2014 è andata male. L’utile netto è sceso a 222 milioni di euro rispetto ai 364 dello stesso periodo 2013 (-39%) e i ricavi sono diminuiti del 6,2% a 5,18 miliardi di euro. Inoltre il debito a fine marzo si è attestato a 27,5 miliardi di euro, in aumento di 722 milioni di euro rispetto a dicembre 2013.

L’ORO NERO DA’ (COSTANTEMENTE) OTTIMI PROFITTI

L’industria petrolifera è da sempre una buona erogatrice di utili, sotto forma di dividendi, grazie a profitti regolari nel tempo, salvo in particolari periodi bui. La notizia poi che l’americana Exxon Mobil ha aumentato quest’anno il suo dividendo del 9,5% ha rappresentato un motivo di richiamo in più. Vale la pena puntare sul settore e quali azioni sono le migliori sotto tale profilo? Alla prima domanda occorre rispondere in maniera articolata: le oil companies hanno dividend yield assai elevati, che si collocano mediamente sul 5-6%. Al loro interno si verifica però una netta distinzione fra grandi pagatrici di dividendi soprattutto straordinari – cioè una volta tanto – e quelle più regolari. Fra le seconde si collocano le società di maggiore peso, quali l’italiana Eni (5,8%), la spagnola Repsol (5,2%), l’anglo-olandese Royal Dutch Shell (4,7%), la britannica British Petroleum (4,5%) e la francese Total (4,5%).

LE PICCOLE E AGGRESSIVE PAGANO DAVVERO TANTO

Si è detto che ci sono tuttavia società generosissime nell’ambito petrolifero. La statunitense Seadrill si conferma da anni una delle leader sotto questo profilo. Nel 2014 ha già pagato 0,98 dollari il 5 marzo, mentre nel 2013 ha erogato 2,74 dollari, con un rendimento annuo del 10,5%. Molto bene anche un’altra statunitense, Linn Energy, che distribuisce mensilmente 0,242 dollari dal luglio 2013, in forte contrazione comunque rispetto agli 0,725 dollari precedenti. Ne consegue un dividend yield del 10,1%. La caratteristica del pagamento ogni 30 giorni è una prassi di alcune società americane, che tendono così a fidelizzare gli investitori e soprattutto chi ha necessità di un flusso regolare di entrate, come per esempio i pensionati.

LO SHALE OIL E’ IL PUNTO INTERROGATIVO

Le risorse impegnate nella ricerca di nuovi giacimenti e in particolare in quelli del cosiddetto shake oil, cioè petrolio di roccia estratto con la frantumazione, sono rilevanti e non sempre la redditività è assicurata. Ecco perché c’è chi teme che nel lungo periodo le piccole e medie società Usa – specializzate in tale ambito – si vedano costrette a ridurre il flusso dei dividendi. Resteranno però le grandi, con attività più complete e soprattutto presenti anche nella distribuzione di carburanti, per le quali i flussi di cassa sono in continuo incremento. Due esempi? Di nuovo statunitensi. Sono Chevron e ConocoPhillips, valutate in prospettiva come migliori investimenti rispetto a tante concorrenti. Oggi pagano rispettivamente il 3,4% e il 3,5%, ma le loro dimensioni e solidità patrimoniale garantiscono dividendi stabili e in aumento negli anni. Proprio quello che bisogna cercare.

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