Non provate a chiedere agli esperti finanziari le loro previsioni sulle Borse. La maggioranza infatti è ribassista, ma – alla prova dei fatti – i segnali sono tuttora opposti. Anche oggi i mercati hanno dato un segnale rialzista, aiutati da una Wall Street abbastanza tonica nelle prime battute di seduta, sebbene con una certa volatilità sull’intraday. Poi si è però generalizzato il segno meno. Il Vix – indice appunto di volatilità dell’S&P 500 – sale (+4,3%), ma resta pur sempre sotto i livelli di guardia, assestandosi poco sopra i 14, il che significa che gli investitori sottostimano ancora il rischio del collocarsi sull’azionario.

Esiste anche un indice di volatilità del Ftse Mib, comunicato giornalmente da Borsa italiana: oggi si è fermato sul valore di 20,6 relativamente alla versione a 90 giorni (non lontano dal minimo dell’anno a 19,9), mentre l’indice a 30 giorni ha segnato un +2,2% a 22,15 (contro il minimo 2014 di 19,2). Il listino milanese ha comunque chiuso a 21.513,8 punti (+0,34%).

IL VERO PROBLEMA SI CHIAMA EURO

La forza della moneta unica continua a essere inesorabile: si è di nuovo avvicinata al livello di 1,39 contro dollaro Usa, in un trend che non sembra trovare freni dopo le dichiarazioni della BCE e i timori di una diffusa quasi deflazione in alcuni Paesi, soprattutto dell’area mediterranea. E che qualcosa non funzioni lo conferma il trend di rafforzamento del Bund, il titolo di Stato decennale tedesco, il cui future è tornato poco sotto il massimo storico di 145. I mercati continuano a investire in Borsa, ma si proteggono con i titoli di Berlino, dai rendimenti vicini a zero sulla parte corta della curva. E lo stesso avviene per i Bot italiani, assegnati a 0,60% per la scadenza a sei mesi, certamente peggio rispetto al rendimento 0,45% dell’ultima asta, ma pur sempre prossimi ai minimi.

INCERTEZZA? AGGANCIAMOCI AI DIVIDENDI. CON ALCUNE AVVERTENZE

Per l’investitore una fase così complessa e incerta rappresenta motivo di preoccupazione, in cui non è facile muoversi. L’unica ancora di salvataggio sono i dividendi, anche se occorre ricordare che, nel giorno dello stacco, l’azione quota con un valore ridotto di quanto pagato appunto in termini di distribuzione di utili. Comprare quindi a ridosso di tale fase è un errore, mentre più strategico risulta sfruttare la debolezza “post dividendo” per prendere posizione su un titolo che si confermerà buon pagatore anche in futuro. Seguire le comunicazioni sui dividendi è ormai cruciale, perché sempre di più anche gli operatori professionali impostano parte delle loro strategie sui rendimenti azionari, vista la diffusione di prodotti gestiti o meno (fondi ed Etf) a distribuzione di una cedola legata agli utili erogati dalle società. Quest’anno molti titoli dell’indice italiano non riconoscono dividendi. E’ un elemento negativo, che può ripercuotersi sulle quotazioni, anche se i motivi sono diversi. Per esempio Autogrill punta a un rafforzamento patrimoniale, molte banche sono impegnate in aumenti di capitale e varie società sono tornate all’utile, ma non hanno ritenuto di doverlo distribuire: è il caso di Mediaset e Finmeccanica. Infine inevitabilmente c’è chi ha chiuso il bilancio in rosso. Leggere i mercati attraverso questa chiave è ormai decisivo. E le prossime settimane lo confermeranno.