Gli italiani scoppiano di liquidità. L’immagine di un Paese in crisi contrasta con la fotografia dei conti correnti, dove il denaro parcheggiato è rilevante pure nel caso di piccoli depositi, ma soprattutto in quelli da super ricchi. Il motivo è presto spiegato: dipende da incertezza sugli investimenti possibili, timori per il futuro e scarsa consulenza degli stessi istituti, ben felici che nelle loro casse si accumulino fortune su cui – ai tempi attuali – non devono pagare quasi nulla in termini di interessi. Che fare allora?

Addio ai Bot che non rendono– Con i Buoni del Tesoro che rendono sulla scadenza a un anno sotto lo 0,5%, quest’opzione ormai non vale più. E’ vero che il prelievo fiscale (12,5%) risulta nettamente inferiore a quello di quasi tutti gli altri investimenti finanziari (azioni, obbligazioni, ecc.), ma prestare denaro allo Stato a condizioni così poco favorevoli non ha senso.

Niente più Etf – Piacevano alcuni anni fa, quando i tassi di interesse risultavano dignitosi. Ora gli Etf cosiddetti di liquidità hanno rendimenti decimali e non sempre con segno positivo. Capita infatti che, per particolari condizioni, quelli per esempio riferiti all’Eonia (tasso di interesse medio al quale una selezione di banche europee si concede reciprocamente prestiti in euro per il periodo di un giorno) si caratterizzino in certe fasi per il segno meno, seppur con valori minimi. Movimenti significativi si registrano invece per le versioni riferite a valute extra euro: per esempio dollaro australiano, dollaro canadese e sterlina. Si tratta però di prodotti complessi, che sconsigliamo a chi voglia soltanto parcheggiare liquidità.

Conti deposito più “poveri” – La soluzione dei conti deposito – specialmente vincolati – continua a riscuotere “appeal”, perché le banche bramano liquidità, soprattutto se bloccata per un certo periodo, ma le condizioni offerte sono meno invoglianti rispetto agli anni scorsi. Quest’alternativa ha ancora senso, malgrado richieda una certa pazienza nel reperire le proposte più valide e nell’avviare trattative per ottenere alcune deroghe. Attenzione a due problemi: spesso i tassi più elevati sono riconosciuti solo ai nuovi clienti e inoltre c’è la grana tassazione. Per il primo aspetto molto dipende dal peso del correntista. Le banche sono in certe circostanze disponibili ad accettare altro denaro dalla “vecchia” clientela praticando le stesse condizioni riservate alla nuova, purché sia salvaguardato il requisito dell’apertura di un altro conto deposito, su cui spesso le clausole non sono così competitive come avviene per un normale c/c. Nelle ultime settimane si sono registrati per esempio, per vincoli a sei mesi, tassi del 2,5%, ma riferiti a conti con canoni mensili di 10 euro. Inoltre c’è da considerare l’aumento di tassazione al 26% anche su tale tipo di rendite finanziarie: pertanto il bilancio finale è spesso meno roseo di quanto appare inizialmente. I tassi effettivi offerti si aggirano dal 3% all’1,25% con vincolo a un anno, ma le proposte più generose sono legate a iniziative promozionali che si esauriscono in brevi periodi di tempo. Occorre valutare poi la solidità dell’istituto: fino a 100.000 euro c’è la garanzia del fondo interbancario di tutela dei depositi, ma – se si sceglie la strada prudenziale della liquidità – meglio non correre alcun rischio.

Fondi che promettono qualcosa in più – Sono la risposta che l’industria del risparmio gestito comincia a offrire con maggiore convinzione. Si tratta di fondi che promettono – ma non garantiscono – un rendimento di alcuni punti in percentuale (da 2 a 3%) in più rispetto all’Eonia di cui si è scritto in relazione agli Etf. Sostanzialmente investono in titoli di Stato e altre obbligazioni a breve e medio termine, con l’aggiunta in alcuni casi di quote di altri “asset”, quali valute o azioni, per assicurare quel “surplus” di performance che il puro obbligazionario non procura più. Bisogna prendere alcune precauzioni. La prima: si tratta comunque di prodotti con una piccola quota di rischio, d’altra parte inevitabile oggi se non si vuole restare fermi a zero. Inoltre si pagano delle commissioni di entrata e di gestione. Questa soluzione si presta quindi a chi sia sicuro di poter parcheggiare denaro per un lungo periodo, anche più di un anno, e non rifugga da una certa volatilità, seppur modesta. Solo così le disponibilità, non investite in altri prodotti, qualcosa lo portano a casa. Anche perché non bisogna dimenticare che l’inflazione – per quanto modesta – c’è. Ed è sempre lei la peggiore nemica della liquidità.

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