La vendita di una fetta consistente del patrimonio dello Stato, anche con l’utilizzo di uno strumento finanziario, per abbattere il debito pubblico sino a un livello di sostenibilità, scongiurando il ricorso a una maxi imposta patrimoniale che farebbe pagare ai contribuenti la cattiva gestione dello Stato. Questa, in sintesi, la soluzione possibile secondo Roberto Lenzi, avvocato patrimonialista ed esperto di diritto finanziario, motivata e spiegata nell’analisi che segue.

Eureka!, esclamò il matematico greco Archimede quando riuscì, con una rilevante intuizione, a dar vita alla fondamentale scoperta scientifica che porta il suo nome. Con la stessa enfasi politici ed insigni economisti hanno annunciato che il debito pubblico è non-sostenibile (nella foto, da sinistra, il sottosegretario Graziano Delrio, il premier Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan). Un’altra scoperta destinata a passare alla storia? Cerchiamo di essere seri. Non ci sono nuovi Archimede all’orizzonte e l’America è già stata scoperta. Che il debito pubblico italiano sia arrivato a livelli di insostenibilità ce ne siamo accorti già da molto tempo (a fine anno raggiungerà il 135% del Pil, rispetto al 132, 6% del 2013), senza che fosse necessario che autorevoli esponenti governativi ce lo ricordassero. Debito formato prevalentemente dall’insieme dei titoli di Stato detenuti da soggetti privati (circa il 10%), soggetti istituzionali (banche, fondi, società, circa il 50%) e il resto da investitori esteri. Da quanto tempo viene sottolineato questo stato di cose? Da molto. D’altra parte misure concrete ed efficaci dirette abbattimento del debito non se  ne sono ancora viste. E questo nonostante siano passati molti anni (decenni).

Ora che futuro ci aspetta? Per usare una metafora: se  una famiglia “seria” di privati cittadini avesse contratto debiti per 100 e volesse rientrare, cosa potrebbe fare? Contrarre ulteriore debito? Non credo. Proverebbe a dismettere il patrimonio che possiede (case, titoli o altro).Ebbene, qualcuno potrà forse sostenere che lo Stato non è paragonabile al privato cittadino. Può essere, ma il principio è lo stesso. Lo Stato possiede cespiti (immobili, partecipazioni ed altro); pertanto è suo preciso dovere dismettere questi cespiti anziché gravare sui privati cittadini con ulteriori balzelli, prevalentemente di natura tributaria, che altro non fanno che deprimere i consumi, creare disoccupazione e impedire la crescita. Non basta avere oggi uno spread più basso (che riduce gli interessi sul debito) e avere “avanzo primario”. Infatti, nonostante questo, il debito pubblico ha continuato a crescere imperterrito grazie al reiterarsi di una “mala gestio”.

LA SOLUZIONE POSSIBILE

Il problema non è da ascriversi alla bilancia dei pagamenti con l’estero, bensì è interno. La strada maestra allora? Privatizzazioni! E, nonostante, qualche solone si dica contrario a questo percorso, vendere pezzi del patrimonio  statale (valore totale stimato circa 1800 miliardi, di cui poco meno della metà negoziabili e remunerativi) può essere fatto – volendolo – senza  complicazioni “insormontabili”. Ma deve essere con un percorso di sostanza: alcune centinaia di miliardi, e non  qualche miliardo che altro non si tradurrebbe che in uno specchietto per le allodole. D’altra parte, una volta ridotto il debito pubblico, si potrebbe – allora sì – ridurre la pressione fiscale e avviare l’Italia in un percorso di crescita. Lasciando i tecnicismi agli esperti del settore (più fonti autorevoli hanno indicato questa strada), basterebbe  conferire questi beni  in un veicolo ad hoc (un fondo o altro strumento) in grado di essere venduto sul mercato coinvolgendo privati, e non solo, attraverso la sottoscrizione diretta o anche il concambio con titoli di Stato esistenti. Naturalmente l’offerta dovrebbe essere appetibile in termini di redditività e fiscalità. A tale ipotesi si potrebbe affiancare anche una sorta di rinegoziazione del debito (così come proposto da alcuni economisti) ove procedere ad un concambio tra titoli di Stato con titoli di nuova emissione a lungo termine indicizzati all’inflazione e alla crescita del Pil).

Non muovendoci su questo sentiero, difficilmente si potrà risolvere il problema. Ipotesi come l’emissione di Eurobond sono fortemente osteggiate a Bruxelles (e non solo in quella sede), mentre il ricorso ad una ristrutturazione del debito (sulla falsariga del drastico taglio  operato in Grecia attraverso una riduzione del valore nominale dei titoli pubblici) rischierebbe di essere una cura indigesta: che credibilità avrebbe poi l’Italia sui mercati internazionali dopo  il taglio? Quali ripercussioni potrebbero esserci sui bilanci dei cittadini privati e quelli istituzionali (banche e assicurazioniin primis) ?

RISCHIO PATRIMONIALE

Quindi cosa succederà? Se le idee sopra indicate non troveranno attuazione (o la troveranno in maniera inefficace), quale coniglio verrà estratto dal cilindro per “tirare a campare” (almeno nel breve periodo) ed evitare il default di Stato? Il ricorso ad una soluzione invisa dalla maggior parte dei cittadini: una maxi patrimoniale a danno dei privati. Un importante esponente del mondo politico espresse una famosa frase: “A pensare male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca”Speriamo comunque di no in questo caso. Le conseguenze (più di un genere), infatti, potrebbero essere pesanti.

Roberto Lenzi – Avvocato, Lenzi e Associati

photo credit: Palazzochigi via photopin cc