Situazione economica molto preoccupante per Vladimir Putin (nella foto) che, solamente nelle ultime settimane, ha visto  il rublo russo svalutarsi del 30-40% contro euro e dollaro, obbligando la Banca centrale di Mosca ad alzare il costo del denaro di 100 punti base al 10,50% e intervenire sul mercato a difesa della moneta.

L’inflazione è salita sui massimi degli ultimi tre anni, i rendimenti dei titoli di Stato balzano su livelli record e l’economia continua a rallentare la propria crescita. Il Cremlino si trova veramente in una situazione critica di difficile risoluzione. Le ragioni della crisi dell’economia russa sono principalmente due:  le sanzioni economiche inflitte dall’Unione Europea per l’intervento militare in Ucraina e il marcato crollo dei prezzi petroliferi.

La caduta delle quotazioni del greggio ha colpito pesantemente il paese guidato dal presidente Vladimir Putin. Una discesa inaspettata e dalle dimensioni drammatiche. Il Brent, il greggio estratto nel Mar del Nord ora benchmark internazionale per i prezzi del petrolio, ha fatto registratre  dai picchi dell’estate (110 dollari al barile) un ribasso del 45% circa, scendendo a 62,50 dollari al barile.

Riteniamo che almeno nel breve periodo non ci siano possibili soluzioni per frenare la caduta del petrolio in considerazione dell’aumento dell’offerta, soprattutto da parte degli Stati Uniti con lo shale oil (il petrolio estratto dalla frantumazione di rocce bituminose) e del continuo rallentamento della domanda globale. Tutti i più grandi istituti hanno tagliato le stime sulla domanda di petrolio nel 2015. Solamente un meeting straordinario dei Paesi dell’OPEC (richiesto a gran voce dal Venezuela), con un marcato taglio della produzione del cartello, potrebbe interrompere la caduta del greggio, che  a nostro avviso è diretto verso i 55 dollari al barile.

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