Negli ultimi anni il passivo ha battuto l’attivo nel settore finanziario. In parole più semplici gli ETF (fondi quotati in Borsa che replicano passivamente gli indici) hanno spesso fatto meglio rispetto alla media dei fondi d’investimento gestiti in modo attivo (cioè attraverso le scelte dei gestori). Ciò è stato agevolato da un trend prevalentemente direzionale – o su o giù, pur con inevitabili fase alterne – da parte delle principali tipologie di investimento leader del mercato, ovvero obbligazioni, azioni e materie prime (commodities). Le prime e le seconde si sono mosse al rialzo, mentre le materie prime hanno registrato soprattutto segni negativi. Che senso aveva in un quadro di questo tipo pagare laute commissioni di gestione ai fondi, quando gli ETF– che replicano l’andamento degli indici dei mercati cui sono riferiti – davano ottime soddisfazioni? Gli investitori più attenti l’hanno capito e si sono mossi di conseguenza.

INVESTIRE NEL 2015 RICHIEDERA’ STRATEGIE PIU’ COMPLESSE

Adesso il quadro cambia. Tanta incertezza, molta volatilità e soprattutto una realtà complicata, con obbligazionario e azionario cresciuti forse troppo, ma commodities e molte valute – rispetto all’euro – crollate vertiginosamente, portano a domandarsi se il direzionale (al rialzo o al ribasso che sia) possa ancora prevalere nei portafogli. Almeno in linea di principio in un contesto così eterogeneo è consigliabile togliere il piede dall’acceleratore su tutto quanto va in direzione unica e metterlo sui prodotti basati su strategie articolate, che solo gli specialisti sanno realizzare. In altre parole ciò significa vendere gli ETF e comprare i fondi? Una risposta netta non è possibile e non avrebbe senso. Molti “vecchi” fondi sono in ogni caso direzionali, ma le generazioni più recenti incorporano gestioni flessibili proprio per sfruttare le occasioni dei mercati.

IL PASSATO DICE: BTP BATTONO FONDI. MA UN CONFRONTO GENERICO HA POCO SENSO

Un’analisi di performance degli ultimi anni non consiglia certo di puntare a manetta sui prodotti gestiti. Per esempio i dati di un confronto fra fondi e BTP dal 1984 (anno di esordio dei fondi) a oggi  dimostrano che 100 euro investiti allora sono diventati 592 a fine 2013 con i titoli di Stato e 491 con la macro categoria degli strumenti gestiti. Il parallelo è interessante nei numeri ma meno significativo nella sostanza, perché parlare generalmente di fondi ha poco senso. Per molto tempo la gestione si è appiattita sui cosiddetti benchmark, cioè su parametri oggettivi di riferimento, rappresentati da indicatori finanziari elaborati da soggetti terzi e di comune utilizzo, come possono essere gli indici azionari. Soltanto da qualche anno questa strategia è andata evolvendo, con l’affiancamento di metodi operativi più complessi e con l’esordio di prodotti altamente specializzati, difficilmente replicabili dal piccolo investitore. Che comportano naturalmente costi elevati e quindi commissioni maggiori. Il gioco vale la candela? Non sempre. Tuttavia affidarsi solo agli ETF comincia ad avere meno senso, quantunque la scelta dei fondi richieda attenzione e valutazione delle strategie adottate. Il 2015 sarà decisivo, perché il percorso degli investimenti risulterà molto più tortuoso rispetto agli ultimi anni, imponendo di dare maggiore fiducia ai professionisti del settore.

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