Un ennesima truffa ai danni degli “ignari” risparmiatori. In questo caso, gli azionisti Fonsai, i quali possono solo sperare in un energico e tempestivo intervento della magistratura per accertare fatti e responsabilità, nonché per proporre successivamente eventuali azioni (collettive o meno) di risarcimento dei danni subiti.

I fatti che coinvolgono la famiglia Ligresti sono abbastanza noti ormai per riproporli, facciamo un cenno solamente alla presunzione di bilanci e comunicazioni sociali manipolati o alterati.

Quello che è più grave ancora è che la sequela di casi di “risparmio tradito” non si arresta. Alla faccia della tutela del risparmiatore.

Dopo Parmalat e Cirio, per citare i casi più eclatanti, un ennesimo esempio di cattiva gestione (mala gestio, nel lunguaggio tecnico-giuridico) perpetrata nel contesto delle aziende quotate: fatto, questo, ancora più grave.

Siamo di fronte a un’ulteriore rappresentazione di un copione già visto: controllori (pubblici) che non hanno controllato, o controllato male, sindaci che non hanno “sindacato”, o sindacato male, amministratori che non hanno amministrato, o hanno amministrato male. Tutti soggetti ai quali è del tutto sconosciuto, o perlomeno poco e male considerato, il principio cardine della tutela del risparmio – in tutte le sue forme – e della “diligenza del buon padre di famiglia”. Soggetti che sembrano ricordare le famose tre scimmiette: io non vedo, io non sento, io non parlo.

E’ un colpo mortale alla trasparenza tanto invocata: si pensi che questi soggetti (ma non solo loro) hanno cavalcato questo modus operandi per circa otto lustri. Un ennesimo colpo alla credibilità di parte del sistema imprenditoriale (quotato) italiano in un momento storico – economia in recessione – che avrebbe bisogno di ben altre rappresentazioni.

La conseguenza? Un’ulteriore spostamento di parte del risparmio su altre piazze internazionali.

Quello che si è da poco verificato è la conferma di un sistema imprenditoriale (una sola parte, per fortuna) che non ha saputo gestire il proprio ricambio generazionale. Quando, nella migliore delle ipotesi, i figli non sono all’altezza dei padri, sono solo distruttori di valore e forieri di “imprese” disastrose. Al punto che in molti casi esistono soltanto la ricerca del potere e del denaro “a qualsiasi costo” e una concezione capitalistica di impronta clientelare (e corrotta) avulsa da qualsivoglia valore etico.

Speriamo (non senza qualche dubbio) che per certi soggetti – una volta accertate le responsabilità – venga fatta piazza pulita.

Roberto Lenzi- Lenzi e Associati

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