L’asta di oggi ha fornito un responso inesorabile: per la prima volta i Bot italiani a 12 mesi (scadenza 14/2/2015) sono tornati sotto il tasso dello 0,7%, collocandosi allo 0,676%, quando soltanto due anni fa rendevano sopra il 3% (nella foto il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni con il premier Enrico Letta). Il riferimento a quello 0,7% non è casuale: secondo le rilevazioni ufficiali è infatti questo l’attuale livello dell’inflazione in Italia. Il che significa due cose:

il rendimento reale (cioè al netto di inflazione, commissioni e prelievi fiscali) dei Bot è negativo. In altre parole chi li comprasse oggi sarebbe sicuro di ottenere un corrispettivo fra un anno – in moneta reale – inferiore a quanto investito. Utilizziamo congiuntivo e condizionale perché riteniamo una simile scelta del tutto inopportuna.

● l’Italia entra nella ristretta élite dei Paesi in cui la remunerazione del debito pubblico su scadenza annua diventa di fatto nulla, come succede ormai da tempo, per esempio, per Germania, Francia, Olanda e Paesi nordici.

Merito nostro? In parte sì (fiducia nel Tesoro italiano) e in parte no (rassicurazioni della Fed Usa su bassi tassi di interesse ancora per lungo tempo). Certamente sorprende che ciò avvenga proprio in un giorno in cui si parla di crisi di Governo, ma sembrerebbe che per i mercati questo rischio sia assolutamente insignificante. Lo dimostra lo spread con il Bund tedesco, per i titoli a dieci anni, sceso ancora una volta sotto i 200 punti. E il rendimento del Btp a 10 anni ha toccato il 3,68%, livello più basso da gennaio 2006. 

A COSA SI DEVE TUTTO QUESTO

I rapporti di forza fra le grandi Banche centrali,  decise a mantenere basso il costo del denaro, sembrano stabilizzarsi. C’è una specie di impegno parallelo, per garantire una ripresa dell’economia mondiale. Forse c’è qualcos’altro, ovvero la convenienza dell’intero sistema finanziario ed economico a raccogliere  risorse a costi bassissimi, quella che alcuni commentatori giudicano una specie di “congiura” alle spalle degli investitori. Comunque si assiste a una fase di stabilizzazione ai minimi storici per i costi del debito pubblico.

LE ALTERNATIVE POSSIBILI

Per chi abbia necessità di investimenti a breve termine l’unica vera alternativa ai Bot restano i conti deposito bancari, su cui comunque i rendimenti stanno pure scendendo. Ormai poche banche riescono a garantire oltre il 2% lordo a 12 mesi, sebbene ce ne siano alcune che offrono ancora il 3%, ma a condizioni particolari. Considerando tasse e imposta di bollo sul deposito, il rendimento netto approda, nella maggior parte dei casi, sotto l’1,5%, che significa comunque garantirsi uno 0,8% sopra l’inflazione attuale.

Attenzione però: le offerte bancarie sono a conto vincolato (per un anno!), mentre i Bot possono essere venduti in qualsiasi momento sul mercato secondario. Che fare allora? Quasi quasi la scelta del mantenere la liquidità su un conto ordinario – in attesa di occasioni che dovessero presentarsi sul mercato – può essere quella con miglior rapporto convenienza/sicurezza. Un consiglio finale: attenzione alle offerte praticate dalle banche per le proprie obbligazioni. Rendono poco, spesso non garantiscono un prezzo trasparente nel caso di vendita prima della scadenza e legano troppo all’istituto di cui si è clienti.

photo credit: Enrico Letta via photopin cc