Quello della telefonia è stato uno dei grandi temi portanti per i piccoli e medi investitori negli ultimi vent’anni, grazie soprattutto all’elevato livello di dividendi distribuiti. Oggi che fare? Il settore è in pieno movimento, ma i rendimenti calano. Soprattutto in Europa, salvo per due eccezioni.

DELUSIONE TELECOM ITALIA

La delusione maggiore l’ha certamente data Telecom Italia, scomparsa dalla classifica delle leader in termini di dividendi. Se la sua azione ordinaria riconosceva 0,14 euro nel 2006 e 2007, è poi passata a 0,08 nel 2008, a 0,05 nel 2009 e 2010, per risalire a 0,058 nel 2011 e crollare infine al modesto 0,02 euro per azione nel 2013. Nella classifica mondiale delle maggiori erogatrici di utili, Telecom Italia è scomparsa, ma al suo fianco si collocano altre società telefoniche europee. Mal comune, mezzo gaudio? La risposta può essere parzialmente affermativa, poiché riflette un cambiamento epocale. Adesso gli utili li distribuiscono i medi gruppi della telefonia dei Paesi emergenti, sui quali la pressione della concorrenza non si fa sentire. E’ il caso della brasiliana Oi Sa, seconda per importanza nell’America Latina, che ha un dividend yield – cioè un rapporto fra quotazione e dividendo – del 13%, seguita dall’ungherese Magyar Telekom (12,9%), da Telecom Corp. of New Zealand (8,2%) e da un’altra brasiliana, Telecomunicacoes de San Paolo (7%).

DUE ECCEZIONI IN EUROPA GRAZIE ALLA BASSA QUOTAZIONE

Tutto questo poco importa, perché si tratta di azioni quotate in mercati in cui è impossibile operare da parte dell’investitore italiano. Si deve rinunciare allora all’interessante fonte di rendimenti stabili nel tempo, rappresentata dalla telefonia? La risposta è negativa, perché due possibilità esistono ancora in Europa. Si tratta di Deutsche Telekom (quotata al Dax tedesco, logo nella foto), che garantisce un 7,2% ai prezzi attuali, e Orange (ex Telecom France, quotata alla Borsa di Parigi), che offre addirittura il 10,6%. Attenzione però: simili “dividend yield” dipendono dalle attuali quotazioni molto basse dei due titoli, cioè 9,7 euro per Deutsche Telekom e 7,5 euro per Orange. Se la prima, dopo tutto, regge nel confronto degli ultimi due anni, la seconda invece ha registrato un vero e proprio crollo, passando dai 25 euro del 2007 a un massimo 2013 di poco superiore ai 9 euro. Ecco quindi che l’impatto del dividendo diventa percentualmente rilevante, anche se non è sicuro che verrà mantenuto in futuro, malgrado le tranquillizzanti raccomandazioni in tal senso dei vertici del gruppo francese.

OCCASIONE DEUTSCHE TELEKOM

Se il quadro non è esaltante per l’intero comparto, qualche segnale di speranza viene dalle manovre in corso per una razionalizzazione dei servizi. Ed è proprio Deutsche Telekom a mettersi in luce, grazie agli ottimi risultati della filiale statunitense, i cui utili crescono quest’anno del 10% a 530 milioni euro. E pensare che solo due anni fa Deutsche Telekom cercava di cedere la controllata d’oltre Oceano. Da pochi mesi tutto è cambiato, perché il gruppo ha ottenuto negli Usa i diritti a vendere gli iPhone, ha potuto rivedere le tariffe e offrire un vero servizio 4G. E’ pur vero che, sul mercato tedesco, le offensive dei concorrenti Vodafone e Telefonica si stanno facendo sentire, ma gli utili globali del gruppo non dovrebbero risentirne nel breve e medio termine. I dividendi quindi sono garantiti e – a un livello di rendimenti del 7% – l’occasione resta certamente molto invitante anche per il cassettista italiano, cioè l’investitore di lungo termine, spesso reticente ad acquistare titoli non di casa propria. Attenzione comunque agli impatti sul rendimento del doppio prelievo fiscale previsto per i dividendi di azioni estere, prima nel Paese d’origine e poi in Italia. Quel 7% finisce quindi per ridursi, ma ciò potrebbe essere compensato da un eventuale rimbalzo delle quotazioni.

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